The Spy Who Loved Me - Atto II

... continua da qui


La stavamo aspettando tutti.
L'eroina tonda in un mondo di quadrati.

Femke
una protagonista decisamente fuori dagli schemi (citazione necessaria)


Femke trascende e va persino oltre il concetto di Mary Sue. Iniziamo col dire che il suo nome significa "pace" o "ragazzina (QUI) e già da ragazza è una veterana dello spionaggio, infatti riesce a servire sotto ben due imperatori, Surabar e il suo predecessore, gabbato e ucciso dallo Stregone Supremo (sic) Vallaine.
  • a pagina 17 Surabar già esclama: "Ottimo, Femke! La tua osservazione è perfettamente sensata";
  • il narratore ci dice che ha lo sguardo luminoso e intelligente!
  • aborre l'idea di uccidere per denaro, come fanno gli assassini. Perché le spie, a Shandar, hanno ONORE. Prendetela come volete, io ho rinunciato alla logica a pagina 3 circa;
  • è così intelligente da non ipotizzare nemmeno che l'Assassino (il migliore del continente, aw!) che ha tentato di uccidere lei stessa per ordine si Surabar potrebbe volersi vendicare. Povera stella;
  • quando si trasforma in Lady Alyssa, il suo alter ego altolocato e stizzoso, non fa che sfogare il suo sadismo sulle povere comparse. A forza di reprimere, zio Sigmund ci insegna che si deve dirottare su altro;
  • attinge alla tesoreria del regno come non ci fosse un domani, semplicemente per deontologia professionale (credibilissimo, no?);
  • è così furba e superiore da pensare di poter passare inosservata con un abito fatto su misura (il più bello di tutti) e sgomitando in mezzo alla folla;
  • tutti ripetono che è piena di sorprese!
  • usa i congegni, come 007! Ha un pettine che, con la pressione dell'ultimo dente, espelle un aculeo intriso di veleno;
  • spiffera i piani segreti del Generale a uno dei congiurati che ha appena tentato di ucciderlo;
  • si offende quando il locandiere che ha vessato senza motivo le mette un prezzo faraonico per la stanza più lussuosa (spese a carico della tesoreria reale, non sue);
  • è una spia di altissimo livello ma ha problemi a tenere in mente un nome fittizio, per questo usa quello vero nella missione più rischiosa di tutte;
  • si scandalizza se qualche villano entra nella sua stanza senza bussare. Che sia questione di vita e di morte è prettamente irrilevante;
  • va in missione in terra straniera portandosi dietro dei coltelli della fattura della terra d'origine, giusto per farsi riconoscere meglio in caso glieli sottraggano per tentare di incastrarla (spoiler: succede, ovviamente);
  • pensa che la gente possa essere decorativa ("Oh, Shand, quanto è decorativo questo ragazzo", pagina 253);
  • fa fare al ragazzo che ama, ma a cui non vuol dare soddisfazione eh, l'esca in un piano pericolosissimo che coinvolge l'assassino migliore del continente. Quando l'ovvio e unico esito di questa idiozia si compie si scioglie di lacrime stringendo l'amato e pentendosi di non avergliela data prima;
  • a un processo in cui le imputano tre delitti aggiunge spontaneamente l'accusa di furto alla tesoreria reale e confessa.
Non so di che schemi si stesse parlando.
Effettivamente come spia non vale nulla, come donna non vale nulla, come essere umano è patetico. Che sia fuori dagli schemi base della sua specie, beh, non credo ci siano dubbi.
Passa il libro a fare salti mortali e carpiati fino a quando non riesce anche a stringere Shalidar tra le cosce.

Femke sta a Sonya Blade come Shalidar sta a Kano.
Femke per non farsi riconoscere si traveste da uomo. E nessuno si rende conto che sia lei, perché bastano un paio di sforbiciate per cambiarle i lineamenti (lo dice Mark Robson. E noi vogliamo crederci).
Così travestita si bacia e spupazza Danar in attesa che passi a miglior vita, offrendo scenari yaoi già pronti per eventuali trasposizioni cinematografiche. Mark Robson è un uomo previdente.


Femke (40% secco del libro)
Femke è il personaggio più sopra le righe di tutto il romanzo, gli altri purtroppo non sono meglio.

Il generale Surabar è un imbecille ossessionato dall'arte militare (tanto che sostituisce tutto l'arredamento dello studio con spade e scudi decorativi) ma è un uomo pacifista che aborre la guerra e vuole inaugurare un'epoca d'oro di pace e prosperità.
Non si rende conto che se lo chiamano usurpatore gli fanno semplicemente un favore e per tutto il libro non fa che fissare Femke e aggiustarsi il mantello. Useless, Surabar, you are useless.

Reynik è un ragazzetto prodigio (degno Gary Stue), unico diventato membro della guardia scelta prima dei diciott'anni. Figlio d'arte, visto che sia padre che zio erano comandanti, non ha mai visto una battaglia e alla prima occasione disobbedisce agli ordini ricevuti. Ovviamente questo salva la baracca, ma non redime la sua pochezza come soldato.
Non è nulla di eccezionale fisicamente, ma a un certo punto fa "schizzare tutti come birilli" (WTF?), usa il "bastone dorato del chierico" (parole testuali) per picchiare uomini ben armati e li sbaraglia tutti. Da bravo idiota non aveva un'arma corta secondaria e ha dovuto scippare il sacerdote.
Il padre sparava minchiate sul fatto che a distanza ravvicinata sia di gran lunga più efficace un bastone di una spada (?), cosa che ci fa capire che il problema del ragazzo è prettamente genetico, a un certo punto si riduce a fare lo choiffer di Femke ed è un tale sciacallo che appena morto l'amore vero (TM) dell'eroina ci si butta a capofitto.
L'unico a chiamare in tutto il libro il sacerdote "eminenza" senza alcun motivo plausibile.

Reynik.

Gli altri sono ancora meno interessanti: lord Danar è un don giovanni che si redime appena conosce Femke nel suo alias altezzoso, usa tecniche di abbordaggio discutibili a qualsiasi epoca e con una battaglia sanguinosa in corso che rischia di gettare il regno in piena lotta dinastica (in cui lui, come figlio di Lord, ci andrebbe pure di mezzo) pensa solo alla gnocca.
Fa recapitare un mazzo di fiori all'amata e fa scadere il tutto in una sordida e pessima fan fiction ogni volta che si affaccia sulle pagine.
Volete sapere come lo vede Femke?
No? Ve lo dico lo stesso: "Tu sei Lord Danar... diabolicamente bello e irresistibile con le donne."

Shalidar è un membro dell'Ordo Dracul, che si riferisce a se stesso come il drago (cosa originalissima, devo dire) e per questo si ricopre da capo a piedi di effigi draconiche. Ossessivo e imbecille come tutti gli altri, tanto che si preoccupa della storia d'amore tra i due piccioncini e lascia andare Danar per motivi inspiegabili quando poteva ucciderlo e portare a termine il lavoro (cosa che, secondo i primi capitoli, dovrebbe fare per via della regola dell'assassino di cui dopo pagina 300 anche Mark si dimentica, esausto come noi dalla via crucis intrapresa consapevolmente) così come non ha ucciso Femke le duemila volte che avrebbe potuto perché non gli basta ucciderla, vuole distruggerla.

Dracofilia.
La nuova frontiera del divertimento di Shandar.
E ancora il collega inadempiente di Femke, il re col settimo senso ma offuscato dalla perdita del migliore amico che lo rende furioso come Achille privato di Patroclo (siete liberi di trarre le considerazioni che volete da tutto ciò), spiegoni morali di cui nessuno sentiva il bisogno, la tiritera della storia d'amore impossibile tra nobile e spia che culmina in una tragedia shakesperiana ridicola, ma a chi importa?
A me no.
Basta così.


Basta sofferenza.


Sipario, sigla, tenebre.
Io muoio, Orazio. Sento il veleno che si impadronisce del mio spirto...



Retta a me: farsi amare da una spia è un'idiozia che vi costerà cara la pelle,
e tutto non avendo nemmeno il beneficio di godersi il premio.

Goldfinger - Atto I

He's the man, the man with the Midas touch

Purtroppo Robson non è un Mida. Ciò che tocca, perlomeno, non si trasforma in oro, ma forse in qualcos'altro sì. Lasciatemi iniziare dicendo che io non sono una coprofaga.
L'idea di ingoiare gli scarti, organici o meno, altrui mi disgusta profondamente, perciò io non ho la capacità ammirevole e disumana di Zweilawyer o di Davide Alberani di razzolare nella merda, con o senza guantini, come la professoressa Ellie Sattler.

Capita che io parta a leggere libri con assoluta sfiducia (come nel caso de Il guardiano degli innocenti, di cui si parlerà in seguito) e rimanga folgorata, così come capita che parta con un lievissimo preconcetto e faccia un tuffo in una latrina che, se non altro, mi insegna cosa mangiare e cosa non mangiare per non arrivare a produrre una montagna di concime librario come quello che ho dovuto sorbirmi.


Io non ce l'ho con Mark Robson. Io ce l' ho con chi, alla Mondadori, può aver pensato che sia una cosa non dico bella, dico pubblicabile. Nel primo post dedicato alla faccenda la facevo facile: pov ballerino, stile sciatto, esagerazioni filmiche. Un prodotto mediocre.
Solo che mi sbagliavo: la realtà ha superato eccome la fantasia. Facciamo a pezzi questo cadavere putrefatto per vedere se si può quantomeno imparare qualcosa da una disfatta simile.


Ambientazione
Il signor Stefano Arcidiacono in questa sua recensione all'opera, quattro anni fa, affermava:
Spinto dall'introduzione e dal commento di Licia Troisi in copertina, ho comprato questo thriller-fantasy-medioevale di Mark Robson, fra l'altro non facendo caso, come sempre, che è il primo volume di una nuova trilogia dell'autore e non un libro singolo.
Licia, spero che tu ti renda conto di cosa hai fatto.
Non lasciatevi ingannare: non c'è nessun thriller, non c'è nessun fantasy e, soprattutto, non c'è nessun medioevo.
Volete degli esempi di cosa non fare se la vostra ambientazione ha aspirazioni medievali? Andiamo:
  • "La superiore abilità di combattimento delle truppe scelte aveva costretto gli avversari a pagare un pesante pedaggio." (pag. 69). No, non me lo sto inventando, c'è proprio scritto questo. Non basta che la parola derivi dal latino per metterla nel contesto, soprattutto contando che indicava i pedoni nell'atto d'attraversamento di un ponte. Un bel "dazio" o "fio" sarebbe stato più opportuno;
  • tutti danno del Lei a tutti (credo che sia un'invenzione della traduttrice, visto che in anglosassone non esiste una forma di cortesia simile), senza distinzione di ceto ma al massimo di confidenza, tanto che ci si arriva a ingarbugliarsi a pagina 324: "Certo Maestà. Come desidera. Se possibile, gradirei discutere alcune altre cose con voi [...]"
  • la disparità tecnologica fa scalpore. Shandar e Thrandor sono due imperi confinanti, per quel che ci dice la terribile mappa realizzata da Barbieri (in rete non ho trovato immagini corrispondenti. Chiediamoci il perché), ma nella capitale del secondo regno, Mantor, esiste l'acqua corrente ("Non c'è bisogno di portare l'acqua a mano, Lady Femke. Qui a Mantor abbiamo vari artigiani molto capaci e uno di loro, alcuni anni fa, ha inventato un sistema che consente di pompare acqua calda lungo dei tubi e di portarla direttamente in tutti i bagni.", pag. 90) e nessuno di Shandar ne sa nulla. Neanche nobili e spie. Non chiediamoci nulla sull'acqua calda e limitiamoci a sperare che Thrandor sia piena di fonti termali;
  • a pag. 224 viene eseguita un'autopsia (è il momento C.S.I. del libro) per stabilire se il pugnale che ha aperto la gola di un uomo sia lo stesso con cui ne è stato ammazzato un altro, ma non viene precisato in che modo. Si fa solo accenno alle dimensioni, che mi sembra un'idiozia di per sé: una volta che una lama è entrata nella carne, dipende da quanto è affondata, non dalla dimensione; la dimensione potrebbe contare forse per determinare che tipo di arma da taglio (spada, pugnale, etc) non la dimensione precisa del pugnale. Tra l'altro c'è da rallegrarsi: i serissimi medici fanno  già dei rapporti in merito ("Entrambi gli uomini erano morti per ferite da taglio: un colpo al cuore e uno alla gola. Il rapporto dell'autopsia eseguita dai medici diceva che un pugnale delle stese dimensioni di quello trovato nel petto di Anton aveva ucciso anche il Conte.")
  • nel medioevo e affini il concetto di "bar" non esisteva, con buona pace di autore e traduttrice ("Mio padre mi ha insegnato a non bighellonare fra i banchi del mercato in cerca dell'affare più conveniente. Si entra, si esce e poi si va al bar.");
  • il concetto di scienza non era quello di oggi. Pertanto scrivere: "L'istigazione alla rivolta è una scienza ben poco esatta.", e farlo per di più dire a un personaggio (Femke, pag. 251) non ha assolutamente senso.  A meno che Shandar non sia in pieno illuminismo cosa che arrivati alla fine di questo libro non si può escludere, visto che esiste anche una solida conoscenza dei passaggi di stato dell'acqua ("Credo che qualcuno abbia cercato di assassinare il Re con del gas velenoso", pag. 264) e la dimestichezza con il termine virtuale ("Per fortuna, chiunque abbia installato il sistema di sicurezza ha usato due serrature virtualmente identiche.", pag. 259). Sull'installare non voglio aprir becco;
  • in un mondo in cui non esistono determinate nazioni usare termini specifici in altre lingue è del tutto fuori luogo: souvenir (pag. 91), servizi segreti (pag. 92), senza contare l'anacronismo di parole come teppisti (pag. 289, "I suoi uomini non mi hanno fornito nessuna giustificazione per il loro atteggiamento poco cordiale, quindi ne ho desunto che si trattava di comuni teppisti."), termine coniato nel 1898 dalla polizia inglese;
  • le espressioni che ricordano eventi sportivi è meglio evitarle ("Uno a zero per te", pag. 279, formula di troisiana memoria che si ritrova infatti nel suo beniamino);
  • spunta a pagina 308 una postazione delta senza che sia MAI stato accennato a un linguaggio greco o anche solo a uno militare (è la parte Salvate il soldato Ryan del libro);

Guardia reale thrandoriana.
Semper fidelis.
  • tutti hanno un perenne problema di orario o si parla di due, dieci, venti minuti. E sono i personaggi a farlo. Addirittura il padre di Femke è stato licenziato perché "arrivava sempre in ritardo" (pag. 231), in un mondo in cui non esistono gli orologi. Probabilmente gli dicevano di andare il lunedì e si presentava tre giorni dopo;
  • esiste a Mantor un obitorio, ma non esiste l'ospedale in cui dovrebbe stare (!);
  • esiste il problema del pensionamento (ma quanti bei temi di attualità, eh?): "Malo non voleva pensare come sarebbe stata la vita a Palazzo se quei due fossero andati in pensione", pag. 356. Probabilmente a Thrandor esistono anche gli assegni familiari e si sappia che a pagina 262 Femke si premura di avere una polizza di assicurazione;
  • ogni sacrosanto edificio ha un'entra di servizio. E viene chiamata proprio così. Ci si chiede solamente se ci sia anche il cartello verde "Exit" sopra di essa, probabilmente sì perché quella faina di Femke le becca sempre tutte;
  • qualcuno spieghi a quest'uomo che è lievemente improbabile che siano cento anni che non si verificano assassini nel regno (come sostiene quel drittone di re Malo) o che gente abituata a impaccagioni e squartamenti possa provare empatia per le escoriazioni da manette ("Dove il metallo aveva sfregato la pelle si intravedevano delle piaghe, e Reynik notò alcune persone del pubblico che si massaggiavano i polsi per solidarietà.", pag. 372).
Si potrebbe continuare così, ma si è capito. L'autore compie il grande errore di pensare in maniera moderna, cosa che sancisce come non sappia una cippa dell'antichità né lui, né il suo editor e voglio pensare che la povera Bastanzetti non abbia potuto far altro che assecondare la follia di chi ha comprato questa ciofeca per distribuirla nel nostro paese.
Le estreme conseguenze di questo sono i deliranti capitoli 16 e 17, in cui La spia di Shandar diventa Low & Order. Non mi credete? Ho le prove:

  • "Ambasciatrice Femke, lei è stata portata davanti al Tribunale Reale di Thrandor per ripondere dell'accusa di omicidio del Barone Anton e del Conte Dreban. Come si dichiara?"
  • "Non colpevole per entrambe le accuse, vostra Maestà."
  • "Molto bene. Si metta a verbale che l'ambasciatrice Femke nega ogni addebito. Lord Brende, ha facoltà di prendere la parola per l'arringa di apertura."
Sono estratti del romanzo, rispettivamente di pagina 372 e 373. Ancora mi interrogo sull'utilità di far riconoscere l'arma del delitto alla spia, visto che non credo costituisca una prova senza la tecnologia della rilevazione di impronte digitali, mi chiedo che senso abbia richiedere alibi o avere una giuria con un re e un imperatore lì a decidere.
Il sistema legislativo del regno sembra targato 2011, tanto che per un bel po' del romanzo si insiste sulla figura professionale dell'avvocato. Ne deduco che fossero puntualissimi, loro. Peccato che alla fine a fare accusa e difesa siano un Lord e un Comandante, a rispecchiare ancora questo dualismo, trascinato per tutto il libro, tra aspetto civile e militare.
Ma questo è meglio lasciarlo per dopo.


Comandante Sateris
- Obiezione, vostra Maestà! - interruppe subito Sateris. - L'accusa sta influenzando il teste.
(Pagina 380)


Non si creda: non c'è nessun thriller.
Ci sono solo degli imbecilli che entrano, escono e rientrano nelle stesse città camuffati come la protagonista di Alias, gente che non sa fare quello che dovrebbe saper fare (l'assassino Shalidar su tutti), segreti di pulcinella che vengono svelati dopo due secondi da quando sono proposti, per un sapiens sapiens almeno.


Non c'è nessun fantasy.
E per nessuno intendo il nulla cosmico: i nostri conterranei almeno ci provano, coi draghi, i folletti, gli elfi. Qui non c'è assolutamente niente se non un accenno di alchimia e di una pietra che, appunto, serva a farla funzionare, più qualche boccetta di polveri colorate. Niente creature fantastiche, niente razze anomale, nessun accenno alla magia se non che è "stata bandita da tempo". Ah beh.


Che non ci sia alcun medioevo è già stato ampiamente dimostrato.
Mark Robson compone un pasticcio confuso che rimanda chiaramente a determinate visioni filmiche che devono averlo rintronato oltremisura, visto che non si può credere che questo sia veramente il suo quarto romanzo.
Prima di arrivare al piatto forte di questa trilogia di post sul libro, ovvero la protagonista decisamente fuori dagli schemi (Licia dixit), spendiamo due parole sul romance. Non si deve fare per forza, se non si è in grado. Perché questo è davvero la parte più ridicola di tutta la baracca. Ma solo se proprio si deve scegliere.

Femke è ovviamente oggetto di desiderio di qualsiasi maschio pensante sulla faccia della Terra, persino l'imperatore che potrebbe essere suo nonno ci fa un pensierino, si vede chiarissimamente. Certo, è aiutata dal fatto di essere l'unica figura femminile del romanzo (col rischio di fare la fine di Nicole Kidman in Dogville), se si esclude la donna remissiva e first Lady che si intravede ogni tanto, la mode di Lord Kempten (un personaggio del tutto inutile e ininfluente ai fini della storia).
Femke viene presentata come una donna fuori dall'ordinario perché è attraente e intelligente. [Respiro] Sì, esatto: evidentemente tutte le altre donne di Shandar sono gallinacce pronte a sgravare bambini a grappoli.
Grazie, Mark, te ne siamo davvero grate. La donna che vale la pena di inseguire è quella che non si concede mai, che ha un senso del dovere che sfocia poi nel fare la stronza con qualunque essere umano che abbia la sfortuna di trovarsi sotto di lei (e non in senso letterale), quella tutta d'un pezzo, ma che sa sciogliersi quando vede l'uomo che lei ha messo in punto di morte e carezzarlo e baciarlo allora sì, perché non l'ha capito prima, ma era in buona fede.

Mark Robson ci prende chiaramente per il culo.
I suoi personaggi non sono credibili, sono anzi del tutto assurdi e quindi c'è un motivo per leggere questo libro? No, non c'è.
Il lollometro ha rischiato di esplodere, chiariamoci, ma purtroppo lei passa il 50% del libro dentro e fuori dalle celle, da sola, e dobbiamo sorbirci tutti i suoi pensieri. E non è una gioia, ve lo dico, perché il narratore e tutti i personaggi si sperticano di lodi sulla sua intelligenza, ma alla fine della fiera le sue azioni sono quelle di una ragazza stupida e superficiale.

Vi lascio con una perla di quella mente geniale di Surabar:

"La capitale a terrazze, con le sue mura dorate che splendevano nel sole, offriva una vista pittoresca, benché chi l'aveva progettata non avesse certo trascurato le qualità difensive di quella posizione. Per secoli, Mantor era rimasta indenne da ogni assalto. Secondo le informazioni raccolte nel corso dei recenti conflitti, quelle mura scintillanti avevano resistito all'assalto di un travolgente esercito di nomadi trachiti. E guardando al di là della valle, l'Imperatore non trovò difficile crederci."

Non lo trovo difficile neanche io, gioia: un esercito di nomadi che assaltano una fortezza sono dei suicidi che remano contro la legge stessa di Darwin.
Un po' come te, Surabar.


Edit: come ha fatto giustamente notare Tenger nei commenti, l'idea in sé di un esercito nomade che espugna una città non è così fuori dalla grazia di Dio. Semplicemente lo è quando c'è un dislivello tecnologico evidente. I nomadi nel libro non vengono che accennati, ma Surabar stesso asserisce che NON si stupisce che si siano infranti contro le mura come grissini. Ergo questi nomadi dovevano essere gli unici a non rendersi conto che stessero facendo una cavolata.


Sigla.





To be continued... (qui)

What Shall We Do with the Drunken Sailor?

Put him in the bed with the captain's daughter!


Essendo una degna bambola meccanica scribacchina di quart'ordine potevo forse astenermi da partecipare ai concorsi?
Ovviamente no.


I concorsi online sono stati una scoperta, una risorsa molto preziosa per cercare di non meritarmi il posto nel terzo girone dantesco accovacciata sotto la pioggia di fuoco per aver violentato la sacra arte letteraria.


Bene, dopo l'inutile prologo, il concorso di cui parlo è Pirati! indetto da Limana Umanità Edizioni in collaborazione con l'agenzia di consulenze editoriali Scriptorama.
Di cosa parlerà mai questo concorso?


Il bando è QUI.
Ma ormai, ahr ahr, è troppo tardi per partecipare!
In compenso ecco il mio incipit.

Ogni uomo di buonsenso l’avrebbe indicato come un pessimo giorno per morire.
Quando l’ennesima palla di cannone si schiantò contro la murata, sul ponte si riversò una pioggia di schegge. Il capitano dalla pelle scavata dalla negromanzia fissava la scena immobile, estraneo alle grida dei feriti e alle manovre degli uomini che brulicavano sulla nave; le bocche da fuoco tuonavano, l’odore della polvere bruciata impregnava l’aria. Il sibilo delle sirene infuriate che volteggiavano intorno alla nave attrasse lo sguardo del giovane uomo, che uomo non era più da un pezzo, poco prima che i lunghi tentacoli iniziassero a scivolare lungo gli ammassi di sartiame sparsi in giro.
I dardi fischiarono e si incagliarono nella carne: l’uomo alla destra del capitano si accasciò sul timone, esanime.
«… impaziente, Dentedoro. Impaziente.»
Il vecchio pirata, sospeso a qualche spanna da terra sopra il castello della nave avversaria, si profuse in un comico inchino, quasi avesse potuto sentire quelle parole. La sagoma salmodiante al fianco di Dentedoro doveva essere lo stregone di bordo; di certo era lui a guidare gli attacchi delle sirene.
Il capitano arricciò il naso e avanzò di un passo.
«Non cedete!» intimò. Rivolse uno sguardo alla strega e accennò un assenso; la donna dai boccoli dorati incrociò le braccia.
L’inferno continuava a infuriare sulla Regina Rossa: i tentacoli della creatura afferravano gli uomini e li trascinavano negli abissi, inghiottiti dai flutti ancora intenti a lottare, le sirene implacabili continuavano a picchiare contro i fianchi dello scafo. La nave stava imbarcando acqua e si inclinava sempre di più, trascinata verso il fondo dal peso dei cannoni e dell’equipaggio.
Quando i rampini si agganciarono gli uomini sguainarono le lame, senza bisogno di ordini. Il capitano alzò la voce. «Vi ho concesso la ricchezza. Vi ho ricoperti di gloria. E ora vi prometto che avrete la vittoria!»


Dato che nessuno si sprecherà a commentarlo, aumentiamo il livello del post con un'altra fanta-sgnacchera a tema piratesco:


Sì, sto barando. Pirati, no?
Se non vi piace prendetevela con Xadhoom


Quasi stavo per dimenticare la sigla:



The Imperial March

Una saga dai ritmi serrati e dalle atmosfere intriganti, con una protagonista decisamente fuori dagli schemi.
Licia Troisi

E se lo dice la regina del fantasy italiano come possiamo noi non crederle?
In fondo, i romanzi di Mark Robson sono semplicemente editi dalla stessa casa editrice, madre dei testi di Liciona nazionale: è un caso, certo.
Quest'autore non è così famoso nella nostra patria: non ha una pagina Wikipedia tutta sua (se si esclude il commento "Attenzione, esiste anche un Mark Robson scrittore (autore della trilogia di Shandar,libri di ispirazione fantasy-spy") perciò si deve rifarsi alla pagina inglese (QUI) o al sito personale dell'autore (QUI).
Le copertine dell'edizione italiana dei suoi scritti sono a opera di Paolo Barbieri (curiosa coincidenza), cosa che lo fa entrare di diritto nella sezione di fantasy standard della Mondadori; la mia edizione, però, stranamente non riporta né il logo né il nome della casa editrice né in sovraccoperta, né sulla copertina vera e propria: per sapere l'editore è necessario leggere le note di copyright all'interno del libro. Il mio è pubblicato nel 2006.
Non mi risulta che il terzo libro della trilogia sia mai stato pubblicato in Italia (si sa che la Mondadori a volte con le trilogie si ritrova con dei problemi, famoso il caso di Wunderkind).

Tornando in tema, la trilogia si compone in originale di questi tre titoli:
  • Imperial Spy
  • Imperial Assassin
  • Imperial Traitor
Se tre libri con titoli del genere hanno venduto tanto... forse Sir Walter Scott era un povero mentecatto. Anche il resto della bibliografia di Robson brilla per originalità (The Forging of the Sword, Trail of the Huntress, First Sword, The Chosen One, Firestorm, Shadow, LongfangAurora) di cui già il solo The chosen one fa piangere sangue.


Copertina americana.
Manca solo Banderas.

Tratto da Fantasy Magazine, articolo del 2007 (QUI):
Prima di dedicarsi alla trilogia di Femke, Robson aveva già scritto la tetralogia di Darkweaver. La nuova serie si situa nello stesso mondo di ispirazione medievaleggiante ma ricco di magia, tanto che alcuni personaggi minori presenti nella prima serie ritornano anche in questi nuovi romanzi.
Si capisce bene come il mondo sia tutto paese e certi autori nostrani siano separati alla nascita da talenti d'oltreoceano come tale Mark (un libro l'anno, in piena media distributori di fantasy a monetina).
Bon, basta menare i draghi per Elder Scrolls.
Trama:
La protagonista della serie, la bella Femke, è una spia. Le sue doti sono notevoli, sia quando c’è da usare il pugnale, sia quando si tratta di travestirsi per mescolarsi alla nobiltà. Inoltre ha salvato la vita all’Imperatore. Perciò quando quest’ultimo la invia come ambasciatrice presso il Regno di Thrandor la scelta appare più che naturale. Ma il malvagio Shalidar ha un conto aperto con lei.
È sempre tratto dallo stesso articolo di fantasy magazine, perché in quarta di copertina mi riporta uno stralcio di brano che è meglio decisamente evitare; analizzerò il prologo (non me ne frega niente se la storia è la più bella di sempre: lo stile ha un suo prezzo), senza dire se mi piaccia o meno.
Questa è una conclusione che è libero di trarre chiunque: non sono una recensitrice né una critica letteraria, quelli che prendo sono appunti personali per migliorare il mio stile, non ridere su quello degli altri. Per intrattenimento di quel tipo, link a destra. Per esperienza personale vivisezionare cosa non va nei racconti degli altri, ai concorsi, aiuta a migliorare (del resto, credo fermamente nell'imperativo di leggere molto per scrivere meglio, che siano belle letture o meno).
Non mi importa se la traduzione (in questo caso di Maria Bastanzetti) ha aggiunto cose che nell'originale non c'erano o pezzi di libera interpretazione: è l'edizione italiana di cui mi occupo, non di quella originale.
Inutile dire che il pezzo che segue sia pieno di spoiler.


Prologo


"Per un brevissimo istante Shalidar rimase perplesso".


Anche io. Cosa sarebbe un brevissimo istante?
Definizione di istante del corriere.it: "Momento brevissimo, attimo". Non serve a nulla e me ne sono accorta subito.
Soprassiederò sulla scena di combattimento in cui Shalidar, pov del prologo, prima assesta due manate a due guardie e poi, continuando in una piroetta, lancia un pugnale contro il generale in pieno rallenty ("il tempo sembrava rallentato"). Ha anche il tempo di vedere che la spia si sfila un pugnale dallo stivale. Il lancio era così preciso che il generale Surabar ha dovuto usare un'agilità sbalorditiva per la sua età per schivarlo.


Ed ecco il pezzo in quarta di copertina:
"Il pugnale gli passò così rasente che ne sentì il sibilo. Con un colpo vibrante la lama si conficcò in profondità nello stipite di legno, togliendo all'Assassino ogni dubbio sulle intenzioni mortali del lancio. [...] Ma il peggio era che la lama era stata lanciata da una donna che non aveva neppure raggiunto la soglia dell'età adulta."


Non so se cominciare dal conficcarsi in profondità (poteva farlo superficialmente?) o dal fatto che uno lancia un coltello contro qualcun altro per non ucciderlo. Oppure si potrebbe partire dal fatto che la ragazzina in questione è una bambina prodigio anche nel suo mondo, visto che da come ne parla non è un fattore usuale. Siamo già in zona vagamente Mary Sue.
Siamo solo al prologo.


Sbrodolamento su cosa e come agiscono gli Assassini, in cui Shalidar (che lo scrivo a fare?) è il migliore (dato oggettivo, lo dice il narratore), con tanto di perla poetica come "come un'ombra in fuga dalla luce", sbrodolamento sul generale Surabar (che ogni tanto ha la maiuscola sulla carica, ogni tanto no),  Shalidar che parla da solo ricordandosi che è ora di andarsene (...) dopo che per altro il narratore ce l'ha sottolineato la riga prima, le guardie all'entrata del palazzo fermano solo persone in entrata e non in uscita. Mah.


"Shalidar non conosceva altri Assassini che, senza alcuna pianificazione, avrebbero osato penetrare nella casa del generale Surabar in pieno giorno, uccidere uno dei suoi comandanti e sperare di riuscire a farla franca."
Ci sarà o no un motivo? Direi di sì, visto che poco prima viene definita "un'impresa con tutti i crismi della leggenda". Dunque l'assassino migliore del continente si imbarca in un'impresa quasi impossibile mentre, teoricamente, il generale dovrebbe dargli la caccia. E precisiamo che lo fa in casa sua.


"Dopo aver tirato un appiglio sicuro, si tirò su con uno sforzo, per poi trasferire silenziosamente il peso dalle mani all'avambraccio, appena fu abbastanza in alto".
Non vedo come avrebbe potuto farlo rumorosamente, del resto.
Non ci crederete, ma la mossa dell'astuto (e migliore) assassino di Shandar (e forse oltre) è quella di fare uno scherzone alla vittima, indicando con il dito e poi spezzandogli il collo appena questi si volta. Are you serious, Mark?


Non ho intenzione di analizzare tutto il libro così, ho anche altro da fare nella vita: non sto dicendo che La spia di Shandar non sia un libro valido dal punto di vista dei contenuti, ma basta questo prologo a capire benissimo che un commento come "Il libro è scritto molto bn tnt ke personaggi e ambiente riescono a farti immaginare ogni singolo particolare della storia!!!" (QUI, anche gli altri commenti meritano) vale più di mille parole.
Mark Robson, o il suo editor e relativa traduttrice, ha una capacità così ristretta di descrivere qualsiasi cosa che non bastano le parole della Troisi, la copertina di Barbieri o il nome Mondadori a risollevarlo.


"quoto tutti i commenti sopra..... Però anche io preferisco la Troisi e la meyer però questo libro è subito dopo.... è stupe".
Sara mi ha levato le parole di bocca.


Sigla:



Questo è l'unico Impero che conta.
Vader non usa gli scherzoni, solo il force grip.

Demons on the Crown

Mai sentito un titolo più figo per una canzone. Ok, forse sì, ma che importa? Appena ho pensato a titoli fighi ecco cosa mi è comparso in mente.
E perché mai pensavo a tale argomento?
Perché ho letto negli ultimi giorni una introduzione fatta, se non ho capito male, dallo stesso Sir Walter Scott per il proprio celebre romanzo, "Ivanhoe", nel 1830. Il paragrafo sotto citato riguarda il titolo da dare a un'opera. Enjoy!

"Il nome di Ivanhoe è suggerito da un'antica rima. Tutti i romanzieri, prima o poi, si son trovati a desiderare, come Falstaff, di sapere come avrebbe potuto cercare qualche bel nome. Nel caso presente l'Autore ha avuto la fortuna di ricordarsi di un verso che riuniva tre nomi di castelli, perduti dall'avo del celebre Hampden per aver assestato al Principe Nero un colpo di racchetta, mentre bisticciavano al gioco del tennis.
[...]
Il nome s'adattava all'intenzione dell'Autore per due aspetti pratici: in primo luogo aveva un suono di inglese antico; e poi non conteneva nessuna indicazione sul genere del racconto. Egli ritenne che quest'ultima qualità non fosse di poca importanza.
Quel che si chiama un titolo che colpisce, serve il diretto interesse del libraio e dell'editore, il quale, con tal mezzo, talvolta vende un'edizione quando non è ancora finita di stampare. Ma se l'autore fa che il suo lavoro attiri un'attenzione esagerata prima che esca, egli si mette nell'imbarazzante situazione d'aver suscitato un'aspettativa che, se poi non sarà stato capace di soddisfare, si rivelerà un errore fatale per la sua reputazione letteraria.
Inoltre quando vediamo un titolo come Gunpowder Plot, o altro che sia legato alla storia in genere, ogni lettore, prima d'aver visto il libro, si fa un'idea personale dell'ambiente in cui il racconto si svolge, e del genere di svago che gli procurerà. Resterà probabilmente deluso, ed in tal caso sarà incline ad incolpare l'autore o l'opera delle proprie spiacevoli sensazioni. Così lo scrittore è censurato, non per aver mancato il bersaglio che si era prefisso, ma per non aver scoccato il dardo in una direzione alla quale non aveva mai pensato."

Questo non vale solo per il titolo, ma anche per le fascette (o marchette) che ultimamente si usa appiccicare sulle copertine dei libri, o ancora più recentemente affibbiare su una striscetta di carta che poi può opportunamente essere tolta e non macchiare indelebilmente il libro con parole che, con alta probabilità, non sono che frutto di marketing o favori corrisposti.
Al contrario di quanto sostenuto da Scott, oggi sembra fondamentale, secondo gli editori, che il genere nel romanzo sia capito a prima occhiata: copertine, titoli e quarte servono proprio per questo.
Vediamo un po' i nomi di libri recentemente usciti nell'ambito della letteratura fantasy:
- I Regni di Nashira: Il sogno di Talitha
- La saga di Amon: L'evocatore
- Unika: La Fiamma della Vita
- La profezia di Arsalon: Il sigillo del male

Questo in ambito italico. Vediamo se in ambito internazionale va invece meglio:
- A Song of Ice and Fire: A Dance with Dragons
- The Inheritance Cycle: Endunari
- Traitor Spy Trilogy: The Rogue
- Spellbound
- The Kingkiller Chronicle: The Wise Man's Fear

Chi aveva ragione?
Noi o Scott?


Demons on the Crown (Thy Majestie, album "Hastings 1066")

Hallelujah

I am a preacher with a message for my people

Questo allegro post-menarca doveva chiamarsi inizialmente: "Due parole su di me", ovvia parafrasi di "Una secchiata di cazzi miei".
Purtroppo il "popolo bue", come lo chiamava la mia professoressa di psicologia, ormai è abituato a una visione troppo macrobiotica della vita, e se avessi scritto "cazzi", come ho poi effettivamente fatto, avrei dovuto riequilibrare il mio karma con un video di coniglietti fuffosi.

O di Zazzles.

Saltiamo la parte totalmente noiosa, persino per me, della mia vita solitaria, a causa di un pessimo carattere e della mia mancata conoscenza del significato di "politicamente corretto" che mi porta a litigare anche con i cani randagi, e passiamo al perché questo blog viene aperto oggi.

Intanto perché è passato l'11-11-11.
E sarebbe stato troppo paraculo aprirlo in un giorno del genere.
Come seconda cosa perché finora ho sempre vagabondato per la blogosfera convinta che aprire il blog fosse una sorta di suicidio rituale dei nostri giorni o, al contrario, una teca per contenere un cervello troppo grosso.

In effetti tutti i blog che frequento sono tenuti da gente molto intelligente. Senza dubbio anche molto più acuta di me, e dunque io che ne apro uno a fare?
Sostanzialmente ero convinta che i blog servissero a impartire degli insegnamenti, a far ragionare, a offrire un punto di vista. Quando ho capito che così non era dovevo scegliere: stare con quelli che criticano il governo ladro o invece mettermi dalla parte di quelli che votano e poi guardano con disprezzo i primi?

E quando oggi lo schermo del pc mi ha guardato e mi ha detto "Whose side are you on?" io ero pronta.
Poi Google ha fatto di tutto per ostacolarmi chiedendomi di verificare il mio account, tanto che stavo per prenderlo per un segno di Dio; poi mi sono ricordata che Dio mi odia poco meno di quanto io maltolleri il genere umano.
Se siete arrivati fin qui date uno sguardo a destra e interessatevi a quei link, tanto qui troverete solo inutili considerazioni personali proprio su quei blog e su mie menate mentali.

Perché sono una imparanoiata dura, come direbbe qualcuno, sono una persona triste, che fa cose da persone tristi, e non sono una badass come il mondo internettiano vi ha abituato.
Ma sono anche un po' evil inside dentro e allora mi leggo le recensioni negative e ci rido. Sono cose che succedono.


P.S.: ogni post non avrà un titolo attinente e sensato. Sarà il titolo di una canzone che mi ha ispirato quel pensiero o ragionamento, con relativo sottotitolo tratto sempre dal testo di tale canzone e link al video in fondo.

P.P.S.: so che quei due cani che passeranno di qui cercando totalmente altro non se lo staranno chiedendo, ma soprattutto che a nessuno importa, ma a scanso di equivoci a me la fica piace. Anche se sono donna.

Le prove:

Tyrande nell'atto di risvegliare i morti.



Hallelujah (Blind Guardian, Deep Purple Cover)