Dance of Death

But I'll never go dancing no more 'til I dance with the dead


La guerra, la gloria e la morte - Parte II
Le scene di combattimento dovrebbero essere molto frequenti in un genere in cui la gloria è data dal coraggio in battaglia, cosa che spesso avviene anche nel fantasy. Nell'epica, in quanto celebrazione di nobili campioni, è sempre così: ciò non vale anche per le truppe, che sono invece solo lo scenario in cui le imprese degli eroi possono assumere risalto.
Il combattimento assume l'immagine di un solo eroe che acquista gloria uccidendo numerosi guerrieri e compiendo atti valorosi. Tuttavia ciò che conta non è sterminare truppe anonime (come invece si crede oggi), pertanto il momento culminante per il valore dell'eroe è il duello.
Il momento culminante nel racconto epico è quindi il duello: gli eroi si confrontano, prima di affrontarsi, con vanterie e minacce; poi usano le loro armi e il sopravvissuto si gloria e irride l'ucciso. Uno schema antichissimo, sopravvissuto fino ai nostri giorni come scena finale, per esempio, di ogni film western.
Umberto LesiL'epica
Nel duello le uniche compagne dell'eroe sono le sue armi.
Nell'epica armi potenti sono quelle forgiate per Gilgamesh ed Enkidu e la vestizione dell'armatura è un rito che l'eroe esegue con lentezza, consapevole del valore rituale di questo probabile ultimo momento di vita. Perché nel duello, come direbbe Martin, o si vince o si muore, nella maggior parte dei casi.
Cito di seguito un approfondimento sulle armi e armature omeriche che potrebbe rivelarsi interessante per molti:
Sono particolarmente i poemi omerici (specie l'Iliade) a descrivere armature; va tuttavia notato che spesso vengono citate insieme armi di età diverse (per esempio di bronzo e di ferro) a causa dell'accumularsi di formule della tradizione orale. L'elmo, assicurato al collo da una cinghia, era di cuoio con piastre di metallo di rinforzo e uno o più cimieri sui quali si ergevano ciuffi di crini di cavallo, per rendere più terribile l'aspetto del guerriero. La corazza era formata da due parti unite intorno al torace da fermagli o da una cintura: costruita in metallo, cuoio o lino rinforzati con lamine: gli arcieri spesso non la portavano.
Nello scudo, su una intelaiatura che forniva anche l'imbracciatura venivano stese pelli bovine, talvolta rinforzate da strati di metallo. L'Iliade presenta indifferentemente sia il modello più arcaico, grande  e rettangolare, sia quello più recente a forma circolare, di dimensioni ridotte.
L'asta, di varie misure, di norma aveva la punta in bronzo. Straordinaria è quella posseduta da Achille, un'arma appartenuta al centauro Chirone e fatta col frassino del monte Pelio: solo l'eroe è in grado di di utilizzarla. La spada, metallica, veniva fissata al manico tramite delle borchie, anche di materiale prezioso. Chiusa in un fodero, essa rimaneva appesa alle spalle del combattente.
L'arco era un'arma meno apprezzata e spesso additata come segno di vigliaccheria. Nonostante ciò importanti divinità, come Apollo e Artemide, se ne gloriano: se il loro arco è d'argento, quello del troiano Pandaro è solo di corno, rifinito con anelli d'oro alle estremità.
Le frecce, nella faretra a spalla, sono dotate di alette e di fermagli per bloccare la punta metallica. L'arciere tira da lontano; altrimenti si fa proteggere dallo scudo di un compagno.
Il guerriero talvolta si limita a prendere prigionieri da cui ottener eun ricco riscatto, ma spesso la furia omicida prevale in lui: il combattimento assume allora caratteristiche di estrema violenza e crudeltà. Esiste quindi un'etica guerriera che presenta una visione della vita umana opposta a quella comune, ben visibile nelle dure parole di Achille a un nemico supplichevole: 
"Ma, caro mio, muori anche tu! Perché lamentarti così?
Anche Patroclo è morto, di te tanto più forte,
non vedi come anch'io sono alto e bello?
Sono di nobile padre, per madre m'ha partorito una dea:
eppure sovrasta anche me la morte e il duro destino."
Umberto LesiL'epica 
Moires
(Artista: alivia-cauldwell)
La morte
La morte per l'eroe è il culmine di un cammino lento e doloroso, ma non è una catarsi: è solo lo spezzarsi di un filo al termine del quale o la gloria o l'oblio. Raramente l'eroe vuole essere ricordato come un benefattore o come un efferato assassino: ciò che vuole è la gloria. Achille è chiaramente l'epitome di questo concetto e pensiero, ossessionato dalla fama tanto da sacrificare la felicità futura vaticinata dalla madre ninfa Theti.
L'eroe, intoltre, agisce spesso per proprio tornaconto: Achille era pronto a lasciare la guerra per capriccio, e la riprende non perché voglia la vittoria della propria fazione, ma per l'ira suscitata dalla morte di Patroclo. L'eroe è egoista e ciò che accade è solo contingente alla sua volontà: in questo caso i Greci hanno l'eroe più forte, un semidio, che trova la sua controparte in Ettore, troiano del tutto umano, ma coraggioso quanto se non più di Achille, che attacca consapevole della propria superiorità, mentre Ettore deve fare i conti con la propria umanità.

Donare o ricevere la morte nella nostra epoca assumono i connotati di ingiustizie: non è giusto che un bambino venga strappato dai propri genitori, così come in un mondo retto da Dio giusto non succederebbe che vite innocenti vengano infrante.
Nell'antichità gli uomini non indagano la giustizia: è il campo degli dèi. Il destino è nelle dita delle Moire, che tessono il filo e lo recidono quando è giunto il momento: nessuno, né uomo né dio, può contrastarlo. Anzi, gli dèi stessi si piegano a questa consapevolezza: quando uno dei due piatti della bilancia del destino scende, la sorte è segnata e il destino deve compiersi.
Ne nasce una visione deterministica dell'universo che non siamo pronti ad accettare: il protagonista o il suo antagonista devono avere controllo della situazione. L'idea che tutto sia già deciso e che noi non siamo che attori a scadenza sul palcoscenico è destabilizzante: è una forza incontrastabile che ci annichilische come un Grande Antico. L'inevitabile non può esistere.

Avatar of Justice for Talisman
(artista: feliciacano)
Tutto si riduce nella scala morale a cui siamo abituati: se avviene un torto qualcuno ha sbagliato. Le conseguenze esigono un colpevole, e lo trovano, indipendentemente dal fatto che sia logico o meno. Nihal, eroina del Mondo Emerso, viene trattata ingiustamente: l'Accademia, che ha sempre e solo accettato adepti maschi, si comporta inquamente quando le proibisce l'ingresso e lei lo dimostra, battendo mezza accademia da sola.
Nihal, però, non è Achille e quando si tratta di essere l'ago della bilancia nella guerra contro il Tiranno la sua credibilità eroica crolla: necessita di un talismano, di un potere che la sovrasta, che non ha in sé. Elric invece è l'ago della bilancia del mondo in cui è Campione Eterno: è lui a decidere le sorti dell'una o dell'altra fazione. Ogni volta che sceglie, compie un genocidio, è un'eroe con più scrupoli di Achille, ma altrettanto sanguinario. Altrettanto potente.
Anch'egli è costretto ad accettare una condizione che non ha scelto: lui è il Campione Eterno, ne subisce l'influsso e porta a termine il suo compito pur tra mille dubbi, così come Achille che conosce il proprio destino e lo affronta, senza remore.

La morte dell'eroe assume la connotazione di un'interruzione fatale, delle sue gesta, del suo glorioso cammino, delle sue sofferenze e delle possiblità di gioia: Ken sei libero, l'unico, l'ultimo angelo. Mai tu vivrai giorni felici.


L'Eroe Solitario
Ken il Guerriero non è il primo prototipo di eroe solitario. Come il suo stesso creatore dichiara, paga il tributo di un'ispirazione derivante dal film Mad Max, in cui l'eroe vaga in un mondo postapocalittico ed è costretto ad affrontare bande di violenti. Lo stesso Mad Max ha lasciato molti strascichi nella filmografia mondiale (basti pensare a Doomsday, di Neil Marshall, la cui eroina impersonata da Rhona Mitra è silenziosa e ha lo stesso compito, seppur non viaggia sempre sola), ma anche Ken come figura ha ispirato molti altri dopo di lui (oso dire Gatsu di Berserkr, che però non conosco come ho già detto e quindi potrebbe essere una grande cavolata. In caso mi correggerete nei commenti).
Hokuto No Ken
(Artista: ErikVonLehmann)

Hokuto no Ken è degno di entrare nell'epica moderna: Ken incarna il concetto nipponico del samurai errante, un combattente solitario che vaga intervenendo contro i sorprusi degli ingiusti. Al di là di disegni che ricordano fisicamente eroi più occidentali che la controparte orientale, del tutto giapponese il concetto della vita eroica: la vittoria non destina alcuna gioia, perché l'eroe deve tributare la propria morte o la perdita delle persone a lui care. La sofferenza per l'eroe è assicurata, e non è un caso che Ken per arrivare al livello più alto della propria arte marziale debba aver conosciuto tristezza e dolore.

L'eroe nel fantasy non è quasi mai solitario, ha sempre un gregario almeno se non una intera compagnia alle spalle. L'eroe non è Atlante che regge sulle proprie spalle le sorti del mondo e del proprio destino, il suo dolore e la solitudine vengono attenuate da amici, alleati e amanti. L'eroe non rimane solo di fronte alla morte, semplicemente perché non muore quasi mai.
Lo scrittore rinvia il destino della sua creatura, nella maggior parte dei casi semplicemente perché non disposto ad accettarne il peso: condannare a morte un personaggio è come sacrificare un figlio. Ciò non avviene ovviamente quando si intesse un mosaico di personaggi equivalenti come quello Martiniano (nessuno, infatti, è superiore o prevalente agli altri), il sacrificio spesso non viene nemmeno accettato, come nel cado delle morti di Sherlock Holmes e di James Bond, riportati alla vita dai propri autori sotto la pressione del pubblico.
La morte dell'eroe svuota il mondo del suo significato, lasciandolo grigio e incolore di fronte al sangue, ben più vivido, alla maniera di Sin City: nessuno cerca il dolore quando legge, del resto, ma solo lo svago no?
Ed è qui che si concretizza la finzione: negare ciò che il lettore non desidera rende l'esperienza di lettura fittizia. La realtà non si risparmia mai per il bene di chi la vive, così non dovrebbe farlo chi narra fatti "realmente accaduti", come l'epica ci ha insegnato.

Bonus Track.

Sigla.


3 commenti:

  1. Applausi a scena aperta. Gran bell'articolo. ^_^
    Sarebbe bello che gli autori di fantasy (per lo meno quelli nostrani) riuscissero a riprendere concetti, atmosfere, personaggi e quant'altro dell'epica antica, modificando, rimodernando e rendendoli avvincenti anche per i lettori di oggi. Sarebbe bello che riuscissero a farlo senza cacare fuori immondizia scopiazzata da Tolkien e Omero tipo quello che ha scritto la Strazzulla.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Oh grazie Gherardo *_*

      Sarebbe bellissimo sì. Ma sono pessimista e credo che l'epica antica i nostri autori non la capiscano bene, Strazzulla in primis (ho letto la tua recensione su "La strada che scende nell'Ombra" e la storia della torre. Brrr)

      Elimina
  2. Onestamente anche io sarei restio a far morire un mio eroe, per il resto del cast orchestrerei anche una morte lenta e agonizzante, ma non so, far morire l'eroe penso che mi darebbe la stessa sensazione di quando sopravvivi a decine di mostri e boss in un videogioco, per poi scoprire che la storia porti alla morte dell'eroe.
    Sarei più per una sparizione e per il dubbio nel lettore, e forse anche in me stesso xD.
    Devo crescere ancora un po' forse, non ho ancora il cuore freddo di una bambola u.u

    Naturalmente, se l'eroe non è il centro della storia, questo non interessa e un morte degna ci sta benissimo.

    RispondiElimina