Come with me

Break the faith, fall from grace, tell me lies, time flies
Close your eyes: come with me

Quando uscì nel 1998 il Godzilla di Roland Emmerich ero ancora una bambola giovane e ingenua. Non ho mai avuto la passione dei dinosauri come accade ai bambini umani, ma sicuramente ho sempre avuto una passione per i mostri, specie quelli grossi e cattivi.
Troppo giovane per capire tutte le metafore che si nascondono dietro alle creature non potevo che apprezzarne la spettacolarità che, ai miei occhi di allora, erano notevoli. Spesso ci dimentichiamo come da bambini basti una marionetta per esaltarci.
Oggi siamo nel 2014 e la CGI ha fatto passi da gigante. Riesce a riprodurre su schermo creature alte cento metri dando loro un aspetto tanto realistico da convincerti che potrebbero esistere. Questo è il sense of wonder.


Non si tratta solo di robot e alieni giganti, ma anche di draghi verosimili di fenomeni atmosferici che non risultano posticci e di scene digitali che a malapena possono essere distinte dalla realtà.
Riguardandoci alle spalle siamo costretti a ricordarci quanto La Cosa di Carpenter fosse inevitabilmente finta, cosa che comunque non ostacolava l'esaltazione per la storia meravigliosa che era costruita intorno a quella creatura. O l'aliante di Iena che in Fuga da New Work cade nel vuoto con i peggiori effetti speciali di sempre.
Da questo punto di vista, il nostro immaginario fantastico si è evoluto tantissimo in due decadi. Al cinema ma anche sul nostro schermo quando video-giochiamo. I filmati della Blizzard da anni sono realizzati con una precisione del dettaglio e una fluidità da far sembrare certi film usciti nelle sale mal realizzati e approssimativi.

Tutto questo è sense of wonder cristalizzato. Non siamo più costretti a immaginarlo, lo vediamo. "The thing that should not be" assume una forma e ci guarda dritti negli occhi. Da questo punto di vista, il film Godzilla del 2014 è impeccabile. Ogni cosa che vediamo è reale, sta accadendo, si passa dal "potrebbe succedere" a "è lì, esiste".
Non intendo fare una recensione del film, non ne sono in grado e non è il mio campo. Apprezzo molto chi sa parlare di cinema perché se ne intende, mi fa lo stesso effetto di quando capito su un blog di appassionati di musica e leggendo le loro parole non capisco quasi un'acca di quello che dicono.
Eppure, ascolto musica e guardo film tutti i giorni, ma non è la stessa cosa.
Mi illudo, in qualche modo, di saper fare nel mondo della letteratura di genere quello che loro fanno invece nel cinema di genere e nella musica di genere. Si tratta di passioni sviscerate fino in fondo, analizzate, scomposte e amate.
Un amore che spesso traspare dai giudizi e dalle capacità non solo critiche ma anche emotive.

In questi giorni ho discusso a lungo su un blog riguardo appunto al Godzilla del 2014, sottolineando degli aspetti che non mi erano piaciuti. Due risposte in particolare si ricollegano al discorso di cui sopra:
Per me a ‘sto giro è molto semplice il discorso: se non v’è piaciuto il film non vi piacciono i film di mostri.
Appena ho letto questa frase non la ritenevo plausibile. Com'è possibile categorizzare in modo così netto? Se non ti piace Il Signore degli Anelli, allora non ti piace il fantasy. Sarà vero, mi sono detta? Era la domanda sbagliata.
E il punto di vista sbagliato.
Hai toccato un tema chiave: l’indulgenza. In fondo una cosa la puoi giustificare o smontare allo stesso identico modo, senza venirne a capo.Per me Pacific Rim è stato così una merda che non ho fatto altro che contare i difetti per tutto il film. Questo Godzilla invece mi ha così preso che, probabilmente, voglio trovare spiegazioni logiche a trovate che sono semplicemente delle mimmate, chi lo sa ? Se però qui se ne discute, io cerco di dire la mia ;o).
Questa è la chiave di volta.
La prima frase diventa chiara alla luce del secondo intervento ed è: se non ti è piaciuto questo film, tu non ami i film di mostri. E sono d'accordo.
Quanto sono stata indulgente io stessa con Lo Hobbit: Un viaggio inaspettato? Tanto. Con La desolazione di Smaug non mi è riuscito altrettanto, ma il punto di svolta è tutto lì ed è: se non hai sufficiente passione da amare quel genere di film tutti quei punti ambigui che agli occhi di chi ama e conosce questo genere risultano punti di forza, a te invece sembreranno dei difetti.
Ribaltandolo, il concetto si può applicare al genere: a quanti non piace il fantasy perché la magia è troppo potente? Vaga, indefinita, risolve tutto e sembra un deus-ex machina continuo? La magia è il deus ex-machina per eccellenza.
Possiamo sforzarci di giustificarla in tutte le maniere, di spiegarla, di trovare un approccio che sia un ponte anche per chi non è disposto a sospendere la sua incredulità perché non ama il fantasy. Ed è esattamente quello gli appassionati fanno da anni.
Ed è esattamente quello che succede quando nel film il protagonista guarda negli occhi il mostro. Una scena che per chi non ama i film di mostri risulta ridicola, ma che invece per chi ama i film di mostri diventa simbolica e significativa.
Non si tratta di sense of wonder. Si tratta di passione o meno.

Non esiste abbastanza amore per giustificare questo
Non sono vere e proprie giustificazioni, è, come detto sopra, indulgenza. Non è universale e non è definita, non riguarda affatto i gusti personali ma, come molti altri aspetti, riguarda ciò che siamo e che abbiamo vissuto. Un libro horror che vada a toccare le corde delle proprie fobie risulterà molto più spaventoso di quanto non lo sarebbe per qualcuno che invece quelle fobie non le ha.
Non potrei mai capire il panico di un aracnofobico in una scena in cui Shelob imbozzola Frodo, perché è un ragno gigante... e allora? Perché dovrebbe spaventarmi?
Visto sotto quest'ottica capisco e condivido l'entusiasmo della recensione  che afferma che questo film sia una pietra miliare di un genere, che sia la svolta verso un cinema di genere molto diverso e migliore. Un genere che, purtroppo, non mi appartiene. Non mi esalta vedere un lucertolone che abbatte palazzi, non quanto mi esalterebbe un drago fare macerie di un castello.
E capisco la lotta di chi difende Gojira e il suo messaggio di fondo contro il nucleare e l'impotenza dell'uomo di fronte alle conseguenze di ciò che lui stesso involontariamente ha causato, perché è esattamente la battaglia che conduciamo noi tutti i giorni verso chi dice: ma il drago a cosa serve? Ma lo sai che un drago non potrebbe volare?

Questo lo capisco. Capisco un po' meno invece dover difendere a spada tratta qualsiasi cosa. Il secondo film della trilogia de Lo Hobbit è inqualificabile, non si può davvero trovare un modo di difenderlo, nemmeno per chi come me ha davvero apprezzato persino il primo.
Uno dei punti più dibattuti è la famosa bomba citata nel film di Godzilla ora nelle sale (tranquilli,  niente spoiler), una bomba in ogni caso che viene utilizzata per combattere appunto i Kaiju coinvolti e che secondo i militari sarebbe molto più potente di quelle utilizzate per i test nucleari del '54. Secondo gli esperti, sarebbe da interpretare come un'ulteriore metafora di quanto l'umanità sia dipendente dal nucleare e ne sia così accecata da usarla persino contro un mostro che si nutre di radiazioni. Un piano assurdo quindi, talmente assurdo che sottolinea ancora una volta la folle corsa umana nella distruzione inconsapevole del pianeta.
Sono d'accordo su questo punto. Quando l'esercito decide di utilizzare quell'ordigno non c'è nessuno di scettico, se non gli scienziati che giustamente affermano che sia una pazzia. Non è questione di sense of wonder: non c'è meraviglia nel fatto che esista una bomba così grossa, né nel fatto che venga utilizzata. Qui la sospensione dell'incredulità non c'entra niente: decidono di attuare un piano stupido e infatti va stupidamente com'era ovvio.
La discriminante avviene dopo. E da qui iniziano gli spoiler.

La bomba esplode, a una distanza imprecisata dalla città. Godzilla, fino ad allora spiaggiato come un cetaceo alla deriva, si rialza. La famosa bomba, utilizzata per distruggerlo, lo riporta invece in vita. Ancora una volta l'umanità alimenta i suoi mostri anziché distruggerli.
Il discorso ha senso? Certo che ce l'ha.
Sia a un livello metaforico che logico. Non sono concetti di immediata comprensione, perché non c'è, per fortuna, nessuno che li spieghi duranti il film. Godzilla del 2014 è un film complesso e che necessita di tutta una conoscenza pregressa per capirne davvero le implicazioni.
A posteriori e alla luce di tutti coloro che mi hanno aiutato ad arrivare a queste conclusioni sono però certa di una cosa: così come io non ci ero arrivata immediatamente, non ci sono arrivati molti altri. Molti altri che anziché rispondermi con queste parole hanno preferito dirmi che non sapevo più meravigliarmi. Che siamo stati rovinati da Hishe e Honest Trailers.

Queste sono le prime persone che non hanno le armi per difendere ciò che gradiscono e, in definitiva, sono persuasa che non capiscano neanche loro ciò che apprezzano così come non l'avevo capito io.
Io, invece, sono contenta di aver rivalutato le soluzioni logiche del film, un film che ho apprezzato sia per la colonna sonora che per le inquadrature (ma vi ricordo che non sono esperta né di musica né di regia, quindi sono mere impressioni personali fortuitamente confermate da chi ne sa qualcosa), l'impianto narrativo continua ad avere qualcosa che scricchiola. Il fatto che i mostri sembrino inseguire il protagonista denota una quantità di sfiga un po' troppo grande ma è un peccato veniale per chi ami i film di mostri.
Non è forse un peccato veniale che le aquile non portino l'anello al Monte Fato?

A lui è meglio perdonare qualsiasi cosa
Samuel Taylor Coleridge, pioniere del concetto stesso, parlava di...
«... venne accettato, che i miei sforzi dovevano indirizzarsi a persone e personaggi sovrannaturali, o anche romanzati, ed a trasferire dalla nostra intima natura un interesse umano e una parvenza di verità sufficiente a procurare per queste ombre dell'immaginazione quella volontaria sospensione del dubbio momentanea, che costituisce la fede poetica.»
Samuel Taylor Coleridge, Biographia literaria 
... fede.
Quanto siamo disposti ad avere fede? Quanto siamo disposti a cedere perché le maglie della realtà si allentino e dove arriva il confine verso lo scoglio inevitabile della razionalità?
Il pubblico accetta le limitazioni nella storia presentata, sacrificando realismo e occasionalmente logica e credibilità per il bene del divertimento. J. R. R. Tolkien sfida questo concetto nel suo saggio On Fairy-Stories, scegliendo invece il paradigma della subcreazione.
La sospensione dell'incredulità è una componente essenziale del teatro, dell'opera lirica e del musical, dove lo spettatore non ha alcun problema ad accettare comportamenti innaturali che spesso sono necessari alla fruizione dell'opera stessa (come ad esempio il fatto che i personaggi, entrando in scena, si dispongano in una fila orizzontale per essere visibili dal pubblico). È anche un ingrediente fondamentale per le opere fantasy e di fantascienza, in cui il fruitore - in nome del sense of wonder - accetta l'esistenza di esseri, poteri soprannaturali o tecnologie inesistenti nel mondo reale e che spesso sono contrari a princìpi scientifici già noti (il superamento della velocità della luce, la gravità artificiale, le esplosioni udibili nello spazio) o alla semplice logica (come il fatto che diverse razze extraterrestri abbiano un aspetto antropomorfo e parlino tutte la stessa lingua). L'importante è che tali "violazioni" avvengano all'interno di determinati canoni e che non risultino incoerenti tra di loro. Ad esempio, se in un film di fantascienza ambientato sulla Terra è accettabile la presenza di extraterrestri in grado di volare o comunicare telepaticamente, difficilmente il pubblico troverà coerente il fatto che anche i terrestri possano presentare poteri simili (in quanto il canone di questi film, solitamente, prevede che la natura degli esseri umani sia identica a quella reale).
La sospensione del dubbio non implica la soppressione totale della logica e della coerenza, ma un loro adattamento in base al tipo di opera a cui va applicata. In alcune situazioni la spettacolarità di alcune scene è spesso subordinata alla loro scarsa credibilità. È il caso, ad esempio, delle scene d'azione in cui l'eroe protagonista riesce a sconfiggere un'intera squadra di avversari che, pur essendo adeguatamente armata e addestrata, soccombe senza mai riuscire a colpirlo. Vi possono essere situazioni in cui la sospensione dell'incredulità si rende necessaria per poter accettare soluzioni cinematografiche che, a loro volta, nascono da esigenze tecniche. Un esempio frequente è quello per cui i finestrini anteriori delle auto vengono tenuti costantemente abbassati per evitare che il vetro rifletta la luce o addirittura la troupe che sta filmando la scena, anche se questo implica che l'auto rimanga aperta anche durante i parcheggi o in pieno inverno. Tuttavia, l'abuso costante della sospensione può portare alla creazione di cliché che, sebbene siano spesso funzionali all'opera, spesso ne diventano un indice di bassa qualità, essendo oggetto di ironia e parodia.
Wikipedia prende in considerazione anche l'ambito cinematografico e parla di spettacolarità.
Quindi è bene far sì che la sospensione d'incredulità sia effettivamente finalizzata a stupire lo spettatore, non strumentalizzata per giustificare falle logiche incoerenti internamente al film. Lo stesso vale per un libro e, anzi, vale al cubo: in un libro è molto più facile accorgersi delle incoerenze. Perché mentre uno spettatore al cinema non può tornare indietro nel filmato, nel libro può risalire al punto in cui ha letto le affermazioni precedenti in ogni momento.
Non ha alcuna immagine da osservare che possa costituire di per sé sense of wonder con la sua spettacolarità. Va costruito con le parole, con i concetti, le immagini devono essere evocate come hanno sempre fatto gli storyteller. Non è facile, così come non dev'essere facile realizzare in computer grafica una creatura di cento metri che non risulti appiccicata sul fondo con un chewing gum masticato.

In definitiva, io non credo di aver perso il mio sense of wonder. Io credo, e lo credo fermamente, che ognuno di noi riponga la sua fede negli dèi che preferisce. E il mio, mi dispiace, non è Godzilla.

Sigla.




1 commento:

  1. Dunque, l'ho visto ieri sera (finalmente) e sono tornata a leggermi il tuo post.
    E vorrei picchiare a sangue i sedicenti amanti dei mostri per le assurdità che hanno detto. Il mio commento sarà ad un livello molto più terra terra.
    È un film sui mostri, vado per vederci i mostri e... non li vedo. In 2 ore super-noiose di film, in cui tutte le sfighe del mondo accadono al protagonista e nemmeno il ritmo delle spiegazioni scientifiche decolla (e, parlando da scienziata, io ADORO quando imbastiscono spiegazioni scientifiche), ogni volta che arrivano i mostri inquadrano:
    1) il viso di un bambino a caso tra la folla;
    2) il viso del protagonista;
    3) qualcuno (di solito un bambino) che guarda alla TV un servizio che parla dei mostri.
    Ma 'sti benedetti mostri vengono inquadrati in tutto per 10 min di film, sul finale. E il combattimento dura pure pochissimo, sempre passando, nei momenti clue, a inquadrare il protagonista o bambini casuali nella folla.
    E non è questione, tipo in Alien, di "non sveliamo le fattezze del mostro, per aumentare la suspense", perché i mostracci vengono presentati presto e interi appena appaiono nel film. Mi è parso proprio volessero risparmiare sulla CGI e il tempo render!
    Prendiamo Pacific Rim. Si vedono i robottoni, si vedono i cattivi (dosati sapientemente), ma il film d'azione sui robottoni fa vedere scontri fra i mostri e i robottoni. Qui vediamo lui che parla al telefono e la moglie che piange. Oh, e i bambini. Avevo già parlato dei bambini? -_-'
    In un film sui mostri VOGLIO VEDERE I MOSTRI. Non il protagonista idiota. Da questo punto di vista, meglio mille volte il vecchio Godzilla.
    Insomma, non solo non mi è piaciuto, ma mi sono anche annoiata a morte. Fortuna che costava solo 3€...
    V

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