The Grand Illusion

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«Ogni numero di magia è composto da tre parti o atti. La prima parte è chiamata "La Promessa". L'illusionista vi mostra qualcosa di ordinario: un mazzo di carte, un uccellino o un uomo. Vi mostra questo oggetto. Magari vi chiede di ispezionarlo, di controllare se sia davvero reale, sia inalterato, normale. Ma ovviamente... è probabile che non lo sia. Il secondo atto è chiamato "La Svolta". L'illusionista prende quel qualcosa di ordinario e lo trasforma in qualcosa di straordinario. Ma ancora non applaudite. Perché far sparire qualcosa non è sufficiente; bisogna anche farla riapparire. Ora voi state cercando il segreto... ma non lo troverete, perché in realtà non state davvero guardando. Voi non volete saperlo. Voi volete essere ingannati. Per questo ogni numero di magia ha un terzo atto, la parte più ardua, la parte che chiamiamo "Il Prestigio".»
Nel mio percorso di documentazione ho avuto il piacere di guardare una seconda volta il film The Prestige di Christopher Nolan, magistrale adattamento dell'omonimo racconto di Christopher Priest che vinse diversi premi.
È stata un'esperienza straniante: com'è ovvio, dopo diversi anni non ricordavo nulla della trama se non le implicazioni finali. Non ricordavo David Bowie nei panni di Tesla, non ricordavo precisamente la trama. Tutto ciò che invece ricordavo nettamente era che mi fosse piaciuto davvero molto.

Credo anche di aver capito il motivo.
Non dirò l'ovvio: The Prestige è un film bellissimo, che chiunque abbia un cervello, meccanico o biologico che sia, è tenuto ad apprezzare. Non sono in grado di giudicare la regia, la recitazione degli attori coinvolti, ma quello che posso giudicare è l'impianto narrativo perfetto orchestrato da Nolan, sovrapponendo i piani temporali come solo lui sa fare.
Sin dai tempi di Memento, Nolan ha dimostrato di amare un impianto narrativo discontinuo, che va avanti e indietro nel narrare la storia, arrivando a far coincidere lentamente tutti i pezzi partendo da un epicentro e poi chiudendo tutto ciò che è rimasto in sospeso.
Una caratteristica pressoché unica, come la celeberrima capacità di Michael Bay di saper dirigere un film d'azione con una trama inesistente quando non del tutto dannosa e farcelo piacere lo stesso.

Ma questo frettoloso articolo non è una recensione.
Non sono uno di quei blog che fa recensioni di film.
Ciò che questo film mi ha fatto capire è che tutti gli scrittori sono illusionisti, anche se non sanno di esserlo. Sono veri illusionisti, che non cercano di creare la magia, ma che sono molto abili quando si tratta di scoprire i trucchi utilizzati dai loro colleghi.
Riescono a vedere la botola, il filo nascosto.
Lo vedono luccicare lì, tra le parole, mascherano l'artificio narrativo e a quel punto il libro perde quell'inganno che riesce a lasciare a bocca aperta i lettori che non scrivono.


«Osserva attentamente.» 
Questo è quello che ci dice Alfred Borden.
Perché a nessun occhio in The Prestige può sfuggire quel particolare. A nessun occhio può sfuggire quel dettaglio, e allora crediamo di aver capito tutto. Crediamo di aver capito il twist del film e a che serve guardarlo fino in fondo? Ecco lì il trucco, mal camuffato!
Perché è così che ormai ragioniamo. Scovare la chiave di volta, perché c'è sempre e comunque il trucco e una volta capito quello ci sentiamo più intelligenti. Siamo quelli che hanno capito alla prima visione tutti i segreti di Donnie Darko, siamo quelli che potrebbero ricostruire a occhi chiusi e con una mano dietro la schiena i cervellotici schemi narrativi di Cloud Atlas. C'è sempre il trucco, basta trovarlo.
E invece, alla fine di The Prestige sappiamo di aver visto tutto, ma di non aver capito niente.
Perché non era ciò su cui ci concentravamo l'importante.
Nolan non ha mai voluto scioccarci con una rivelazione di vaderiana memoria.
Abbiamo tutti gli elementi per arrivare alle conclusioni, ma la nostra mente è impegnata a cercare qualcosa che è lì. La botola, che vediamo sin dall'inizio.
Perché questo è l'importante per il lettore e lo spettatore moderno, questo è ciò che credono di doverci dare: lo shock, farci restare a bocca aperta.
«Tu non hai mai capito... perché lo facevamo. Il pubblico conosce la verità. Il mondo è semplice, miserabile, solido o del tutto reale. Ma se riuscivi a ingannarli anche per un secondo, allora potevi sorprenderli. Allora riuscivi a vedere qualcosa di molto speciale. Davvero non lo sai? Era quello sguardo sui loro volti.»
E così nascono i finali come quello di The Mist.
Non importa il costo, deve lasciare a bocca aperta. Non conta se sia cattiveria gratuita o insensata, you didn't see it coming.
Una pericolosa assuefazione alla catarsi, che ha decretato il crollo di artisti come M. Night Shyamalan, che se con Il Sesto Senso ci aveva donato in scala minore proprio lo stesso miracolo di Nolan mettendo sotto i nostri occhi qualcosa che non vedevamo perché non stavamo osservando attentamente, poi cade preda della smania del pubblico che chiede ancora e ancora twist, sempre più roboanti, sempre più scioccanti, diventando la parodia di se stesso.
Ed è qui che si svela la differenza.

Se il finale di un libro vi lascia a bocca aperta, siete stati ingannati da un grande illusionista.
Se il finale di un libro lascia la vostra mascella al suo posto ma qualcosa dentro di voi è cambiato, allora siete stati preda di un vero mago.


Ma noi, che guardiamo attentamente, chi siamo?
Secondo molti, siamo gli stronzi senza più sospensione d'incredulità "rovinati dagli Honest Trailers e da Hishe". Quelli che cercano il pelo nell'uovo.
Perché John Cutter ce lo ripete:
«Ora voi state cercando il segreto... ma non lo troverete, perché in realtà non state davvero guardando. Voi non volete saperlo. Voi volete essere ingannati.»
Ed è così.
Quante antipatie potrebbe attirarsi qualcuno che andasse in giro a rivelare i trucchi di un illusionista agli altri quando li vede?
Dissipare l'illusione di una "magia", per quanto scadente, è un delitto. Non avete l'obbligo di stare zitti quando vedete il filo teso tra due periodi, pronto a scattare per attivare l'illusione tra poche pagine. Avete tutto il diritto di farlo presente, di lamentarvi, in fondo spesso il parere ve lo chiede qualcun altro.
Ma forse, per rispetto dei propri colleghi, i trucchi non andrebbero svelati.
Ma c'è enorme differenza tra lo svelare i trucchi del grande Houdini e sbeffeggiare il Mago Casanova.
Lasciate che i lettori continuino a completare il cerchio tratteggiato, così come vogliono le regole della percezione, lasciate che rimangano a bocca aperta quando l'inganno funziona.
Voi non siete solo lettori, siete oltre.
Allenatevi a un trucco migliore, senza barare.

Il giorno in cui vedrete la botola saprete di essere potenziali scrittori.
E il giorno in cui del trucco non avrete più bisogno, lo sarete diventati davvero.

Il prestigio.



1 commento:

  1. Bell'articolo.
    Sarebbe interessante, proseguendo la metafora, osservare come il lavoro del mago "oggigiorno" sia più difficile che cent'anni fa, ugualmente come lo scrittore fatica a competere con gli altri media, mettendo da parte i trucchi "troppo ingenui" quale il pov onnisciente.

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