Replica

Nothing's what it seems to be, I'm a replica, I'm a replica. Empty shell inside of me I'm not myself, I'm a replica of me...

Un titolo originale
"Fu in quel momento, nell'attimo in cui si eclissò l'ennesima vita che non era riuscita a salvare, che gli occhi si posarono a terra.
Laggiù, alla distanza di pochi passi da dove si trovava, appena fuori dalla barriera, vi era a terra qualcosa che aveva ammaliato il suo sguardo.
S'alzò in piedi e, contravvenendo agli ordini del fratello, uscì dalla foresta.
Non avvertì il gelo dello strato magico che le attraversava il corpo e mentre s'avvicinava ad esso, l'oggetto posato al suolo prese contorni sempre più definiti.
Si chinò a terra e raccolse un fucile, rimirandone per qualche istante il calcio ricurvo e la doppia canna lunga su cui erano intarsiati degli inserti dorati.
Quasi non si rese conto di aver portato l'arma sotto braccio, vicino al volto, ma il grilletto che sfiorava le sue dita sembrava chiederle di essere premuto.
Sei colpi in canna. Sei morti.
I rombi dei proiettili infrangevano l'aria e colpivano i bersagli che cadevano a terra come foglie in autunno.
Quando finirono le cartucce, scagliò l'arma a terra con rabbia e fu allora che l'odio, l'ira e il potere esplosero.
Quella forza che credeva di aver soppresso, ma che seppur in forma diversa si stava ripresentando, la soverchiò. E si manifestò, priva di controllo.
Elros comparve nella sua mano senza nemmeno che la richiamasse e stringendola la principessa si lanciò in battaglia.
Il suo corpo scattò in avanti, evitando la pioggia di piombo che le correva incontro, mentre la spada falciava le vite degli invasori, una dopo l'altra.
Uomo o giovane, donna o vecchio; in quel momento erano tutti uguali ai suoi occhi. E tutti sacrificabili."
"Amdir si guardò intorno, quella non poteva essere la sua Virvel, la splendente capitale degli elfi.
Per un istante chiuse gli occhi e la rivide esattamente com'era poche ore prima: le cinta delle mura alte e di un candido colore azzurro, le viuzze acciottolate dove c'era sempre un continuo via vai di gente, le botteghe di legno e mattoni, i pinnacoli candidi che s'alzavano fino al cielo.
E al centro della città, nella piazzetta di solito gremita di bambini, la fontana della dea. Immensa e così candida da accecare chi la guardasse a lungo, era vigilata fin dalla creazione dalla statua di Urwen. Il volto era ormai sfigurato dalla memoria della guerra ma, nonostante tutto, la sua maestosità era rimasta prorompente.
Lei, la guerriera della leggenda. Il fulcro del loro credo, la fanciulla che meno di cinquecento anni prima li aveva salvati dalla fine.
Ora però non esisteva più nulla: le mura di cinta erano distrutte, le botteghe saccheggiate, la gente che rendeva viva Virvel ora giaceva esanime al suolo e la statua della salvatrice era stata decapitata.
Amdir trattenne un conato, inspirò profondamente e si mosse lento tra i cadaveri.
Quando era uscito all'esterno, per quanto non volesse ammetterlo, già lo sapeva. Ma doveva vederlo con i propri occhi, sennò non se ne sarebbe mai convinto.
E alla fine li vide.
Erano là, come uno strano scherzo del destino. Gli eredi della famiglia Revar, giacevano proprio sotto la statua della loro antenata.
Appena lo sguardo si posò sui loro corpi, il ragazzino urlò di terrore..."
"- Urwen... basta... - la voce dell'uomo era calda, sofferente: - Basta. Io non posso più continuare a vederti così. Se non lo vuoi fare, basta che tu me ne dia l'occasione e sarò io a porre fine alla sua vita - le sfiorò il collo con le labbra. - Voglio riposare al tuo fianco, Wen.
Un debole e triste sorriso sbocciò sul volto della donna.
Tacque a lungo, ascoltando il battito del cuore in petto e avvertendo il dolore sordo di quella prossima crisi, che presto si sarebbe affacciata sul suo corpo.
Si piegò su sé stessa: - N... non ce la faccio... - si morse le labbra - Non ce la faccio, Calien.
L'abbraccio di Calien si sciolse di colpo e Urwen crollò a terra, sul duro e freddo marmo del pavimento nero.
E insieme a quella separazione, l'incanto si ruppe.
Urwen si voltò lentamente e afferrando una delle mani del marito lo trasse a sé.
Lo guardò con gli occhi velati dalle lacrime: - Perdonami - mormorò - Perdonami, Calien.
Posò il volto sul petto di lui e lasciò che il suo corpo donasse la libertà al dolore che le stava annientando il cuore.
Pianse per tutto.
Per ciò che era accaduto e per quello che ancora doveva avvenire.
Pianse per chi era perito in quella lunga guerra e per chi sarebbe morto l'indomani.
Pianse per suo padre e per sua madre.
Pianse per la malattia che la stava per portar via all'uomo che amava.
E... pianse per Firion. Per il dolore che la sua perdita le aveva procurato e ancora le procurava.
Le braccia dell'uomo la cinsero nuovamente, avvolgendola nel dolce tepore del suo abbraccio.
Sopra di loro la luna, ormai priva di nembi, illuminava Elros sospesa nell'aria.
L'arma, luminosa come non mai, rifulgeva come il loro amore.
- Urwen - la voce di Calien vibrava - Aspetterò - le baciò la nuca.
- Attenderò il giorno in cui ti rivedrò. Perché sono certo che prima o poi saremo nuovamente insieme. Ma ora dobbiamo pensare al presente. A domani, all'ultima battaglia." 
Elros.
Barahir.
Calien, Ainwen, Urwen.
No, non è Tolkien. È la saga fantasy di Aurora Ballarin, gemme prese dall'autopubblicazione. Mi chiedo se qualche casa editrice avrebbe accettato di pubblicare con i nomi tratti di peso non solo dalle lingue elfiche tolkeniane, ma direttamente dai suoi personaggi.

Qui la segnalazione.
Qui il blog dell'autrice.
Qui la mia perplessità.
Tutto il resto è noia.

1 commento:

  1. Lo avevano segnalato anche a me. Roba davvero mortifera.

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